la piscina di siloe
Iv QUARESIMA. RENDICI CAPACI, O PADRE, DELL’ABBRACCIO.

Alzando le braccia il presbitero così prega ad inizio celebrazione:

O Padre,
che in Cristo crocifisso e risorto
offri a tutti i tuoi figli l’abbraccio della riconciliazione,
donaci la grazia di una vera conversione, 
per celebrare con gioia la Pasqua dell’Agnello.

Il Padre offre a tutti la possibilità dell’abbraccio, lo offre a tutti i suoi figli, nessuno escluso.

È nell’abbraccio la vera conversione che Gesù ci chiede, ed è l’abbraccio che ci rende creature nuove e ci fa dimenticare le cose vecchie, le cose passate.

Nella parabola che Gesù oggi racconta, detta generalmente la parabola del figliol prodigo o del Padre misericordioso, è nascosto un duplice abbraccio.

Un abbraccio compiuto, l’altro si intravede ma non sappiamo se si è realizzato.

Il Padre è buono, lascia liberi i figli e ciascuno di essi fa le proprie scelte.

Già fin dall’inizio della parabola possiamo notare un dialogo tra il figlio minore e il Padre ma nessun dialogo tra i due figli, tra il figlio maggiore è il Padre.

Conosciamo tutti la parabola che ci svela il volto del Padre, il cammino di conversione del figlio minore e nel figlio maggiore il nostro cammino di conversione.

Il figlio minore si allontana, sperpera tutto e si ritrova nella solitudine, tra l’indifferenza dei tanti. Ed allora ritorna al Padre, pensa le parole da dire e sa bene che non può essere più trattato da figlio, ma solo da servo.

Quanto è bello: il Padre lo vede da lontano e gli corre incontro. Non dà al figlio la possibilità di parlare ma lo abbraccia e fa festa, anzi dall’abbraccio scaturisce la grande festa.

La conversione è allora il nostro ritornare al Padre ma essa, la conversione, si compie nella pienezza solo perché il Padre corre verso l’uomo, lo abbraccia, fa festa. Quest’ultimo tratto per l’abbraccio è solo opera del Padre e solo lui può compierlo e ridare così la dignità di figlio a colui che avrebbe detto: trattami come uno dei tuoi servi.

La conversione piena allora è realizzata e resa possibile solo dal Padre, mai l’uomo da solo potrà compierla ma solo intravvederla e sperarla.

È il primo abbraccio della parabola, quello compiuto.

Il figlio maggiore è nei campi, ode i suoni della festa, sicuramente sa che il fratello è tornato ma sta nei campi, lavora, chiede ai servi… Non gioisce per il ritorno del fratello, anzi non sopporta che il Padre prepari una festa grande.

Sta nei campi, lavora.

Ecco il secondo abbraccio, quello del figlio maggiore con il Padre e con il fratello minore.

La parabola non ci svela la conclusione, ci racconta del Padre che esce a supplicarlo e della gioia a cui lo invita perché il fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato ma la parabola tace su quest’altro possibile abbraccio, quello del figlio maggiore con il Padre e con il fratello minore.

Quest’ultimo abbraccio è l’abbraccio da realizzare nella storia, nel tempo e nello spazio che ogni uomo è chiamato a vivere.

È l’abbraccio di ogni fratello con il proprio fratello, è l’abbraccio di ogni uomo con l’altro uomo, è l’abbraccio dal quale scaturisce la gioia, la pace.

Sì, siamo noi, ciascun uomo o donna, bambino o anziano, credente o non credente a decidere come concludere la parabola, se con un abbraccio o con il ritorno nei campi, a compiere il proprio dovere, dove non si fa festa, non c’è gioia, pace.

La pace, la gioia scaturiscono solo dall’abbraccio.

Possiamo pensare ed illuderci di andare verso la gioia e la pace tornando a lavorare nei campi, magari a costruire le armi della pace, l’esercito della difesa, allontanandoci dal padre, dal fratello, dall’abbraccio.

Nessuna gioia, nessuna pace, nessuna conversione fuori dell’abbraccio.

Rendici capaci, o Padre buono,
di un abbraccio vero, autentico,
con il fratello e la sorella.
Rendici capaci, o Padre buono,
di un cammino di conversione,
di ritorno a te e sentire il tuo abbraccio
mentre ci corri incontro.
Rendici capaci, o Padre buono,
di abbandonare i campi di lavoro,
e di correre verso il fratello ed abbracciarlo.
Rendi i popoli in guerra, o Padre buono,
capaci di abbandonare i campi di lavoro,
dove si costruiscono armi ed eserciti
e di correre insieme verso la casa
dove è festa, gioia,
dove abbracciare il fratello: è pace.
Rendici, capaci o Padre buono,
dell’abbraccio.

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